Che cosa diventerà scarso quando tutti potranno farlo?

La tecnologia non risolve solo la scarsità: a volte la crea. Dall’Isola delle Rose all’orbita bassa, la domanda strategica da porsi su ogni nuova tecnologia.

Che cosa diventerà scarso quando tutti potranno farlo?

La tecnologia non si limita a risolvere la scarsità. A volte la crea.

Nel 1968 un ingegnere italiano, Giorgio Rosa, fece una cosa strana.

Costruì una piattaforma artificiale nel mare Adriatico, al largo di Rimini.

La chiamò Isola delle Rose.

Aveva una bandiera. Una moneta. Dei francobolli. Una lingua ufficiale.

E, per un breve periodo, l’ambizione di diventare uno Stato indipendente.

Oggi la storia sembra eccentrica.

Ma la parte interessante non è la micronazione.

È il punto in cui Rosa la costruì.

Appena oltre il limite delle acque territoriali italiane di allora.

Per la maggior parte delle persone quel tratto di mare era semplicemente vuoto.

Per Rosa era utilizzabile.

Questa differenza conta.

Perché la tecnologia ha un’abitudine strana.

Trasforma cose che notiamo appena in cose che all’improvviso tutti vogliono.

E quando succede, qualcosa che consideravamo abbondante può diventare scarso con sorprendente rapidità.


La tecnologia cambia il valore del vuoto

Di solito pensiamo alla tecnologia come a una macchina per sconfiggere la scarsità.

I computer hanno reso il calcolo più economico.

Internet ha reso l’informazione abbondante.

Il cloud ha reso l’infrastruttura disponibile su richiesta.

L’IA sta rendendo drasticamente più economiche alcune forme di lavoro cognitivo.

Questa è la versione ottimista della storia della tecnologia.

E in buona parte è vera.

Ma c’è un altro lato di cui parliamo molto meno.

Anche la tecnologia può creare scarsità.

Non necessariamente distruggendo una risorsa.

Rendendola utile.

Una risorsa può esistere per secoli senza che nessuno se la contenda davvero.

Poi la tecnologia abbassa il costo per accedervi.

Il suo valore economico cresce.

Arrivano le persone.

Le aziende investono.

Compaiono le infrastrutture.

Segue la competizione.

Alla fine, la risorsa che sembrava quasi illimitata comincia a sembrare limitata.

Lo schema è più o meno questo:

Tecnologia → Accessibilità → Valore → Occupazione → Scarsità → Potere → Governance

E di solito iniziamo a scrivere le regole solo verso la fine.


Guarda in alto

L’orbita terrestre bassa ne è uno straordinario esempio contemporaneo.

Per gran parte della storia umana, lo spazio qualche centinaio di chilometri sopra di noi non ha avuto praticamente alcun significato economico.

Anche nei primi decenni dell’era spaziale raggiungerlo era enormemente costoso.

Questo vincolo sta scomparendo.

I costi di lancio sono scesi.

I satelliti sono diventati più piccoli.

La produzione è diventata più scalabile.

Le grandi costellazioni sono diventate possibili sul piano tecnico ed economico.

E all’improvviso qualcosa che sembrava inimmaginabilmente vasto comincia ad assumere le caratteristiche di una risorsa limitata.

Ma è qui che l’analogia con l’Isola delle Rose comincia a non reggere.

Ed è qui che le cose diventano interessanti.


Lo spazio non è terra

Giorgio Rosa poteva occupare un luogo fisico.

Un satellite non si limita a parcheggiarsi da qualche parte sopra l’Europa e a possedere quel pezzo di cielo.

L’infrastruttura orbitale è dinamica.

I satelliti si muovono.

Le orbite si intersecano sul piano operativo.

Le radiofrequenze vanno coordinate.

Le probabilità di collisione contano.

I detriti contano.

L’infrastruttura a terra conta.

La capacità di lancio conta.

La capacità di sostituzione conta.

Quindi chiedersi:

“A chi appartiene lo spazio sopra di noi?”

potrebbe in realtà essere la domanda sbagliata.

Prima di parlare di proprietà, dovremmo chiederci qualcosa di molto più difficile:

Che cosa, esattamente, sta diventando scarso?

Lo spazio orbitale fisico?

Specifici regimi di altitudine e inclinazione?

Lo spettro radio?

La capacità di rischio di collisione?

La capacità di coordinamento?

Le finestre di lancio?

La capacità industriale?

L’energia?

Il capitale?

La distinzione non è accademica.

Perché non si può governare con intelligenza una risorsa scarsa finché non si capisce qual è davvero la risorsa scarsa.


Abbiamo già visto questo schema

L’orbita non è un caso isolato.

Guardati intorno.

Internet ci ha dato informazioni quasi illimitate.

Ha reso scarsa l’attenzione umana .

Il cloud ha reso accessibile l’infrastruttura di calcolo su una scala senza precedenti.

Ha contribuito a trasformare calcolo ed energia in risorse strategiche.

L’intelligenza artificiale sta rendendo più economiche le capacità cognitive.

Allo stesso tempo sta aumentando la competizione per GPU, elettricità, dati di qualità e forse persino conoscenza prodotta dagli esseri umani.

Le costellazioni di satelliti rendono la connettività globale sempre più accessibile.

Aumentano anche il valore strategico della capacità orbitale e radio.

Ne nasce uno dei grandi paradossi della tecnologia:

Quando la tecnologia rende abbondante una cosa, può renderne scarsa un’altra.

E questo effetto di secondo ordine può contare più dell’innovazione originale.


Di solito i leader si fanno la prima domanda

Ogni volta che compare una tecnologia potente, le organizzazioni si chiedono, comprensibilmente:

Che cosa ci permetterà di fare?

Che cosa può automatizzare l’IA?

Che cosa possono collegare i satelliti?

Che cosa può scalare il cloud?

Che cosa possono produrre i robot?

Che cosa possono gestire i sistemi autonomi?

Sono domande necessarie.

Ma sono domande di primo ordine.

Ce n’è un’altra che sul piano strategico può essere molto più utile:

Che cosa diventerà scarso quando tutti potranno farlo?

Immagina di farti questa domanda su internet venticinque anni fa.

Se pubblicare diventa quasi gratuito, che cosa diventa scarso?

Non i contenuti.

L’attenzione.

Se il calcolo diventa disponibile ovunque, che cosa diventa un vincolo strategico?

Non l’accesso a un server.

Sempre più spesso, calcolo, chip ed energia su larga scala.

Se l’IA rende quasi senza sforzo la produzione di informazioni, che cosa potrebbe diventare scarso?

Forse la conoscenza affidabile.

Le prove originali.

La fiducia.

Competenze umane su cui valga la pena addestrare.

O semplicemente la capacità di distinguere il segnale in un oceano di rumore sintetico.

La conseguenza più importante di una tecnologia potrebbe quindi trovarsi un passo oltre la capacità che crea.


La scarsità crea potere

È qui che il tema smette di essere solo tecnologico.

Le risorse scarse producono leva.

Chi ne controlla l’accesso può influenzare mercati, organizzazioni e a volte governi.

Per questo la competizione tecnologica di domani non riguarderà solo chi possiede gli algoritmi migliori.

Riguarderà anche chi controlla le risorse che quelle tecnologie rendono improvvisamente preziose.

Calcolo.

Energia.

Dati.

Spettro.

Capacità orbitale.

Infrastrutture.

E forse risorse che oggi non consideriamo affatto risorse.

È quest’ultima categoria quella da tenere d’occhio.

Perché quando tutti saranno d’accordo che qualcosa è diventato strategicamente scarso, la competizione per ottenerlo potrebbe essere già ben avviata.


La prossima risorsa scarsa oggi potrebbe sembrare senza valore

È questo che trovo affascinante nell’Isola delle Rose.

Non la bandiera.

Non i francobolli.

Nemmeno il tentativo eccentrico di creare uno Stato nell’Adriatico.

È il cambio di percezione.

Qualcuno guardò qualcosa che tutti gli altri consideravano vuoto e pensò:

Posso usarlo.

La tecnologia crea quel momento di continuo.

Prima qualcosa sembra irrilevante.

Poi diventa utilizzabile.

Poi prezioso.

Poi conteso.

Infine, regolato.

Di solito ci accorgiamo della trasformazione da qualche parte tra prezioso e conteso.

Pensare in modo strategico significa accorgersene prima.

Quindi forse una delle domande più utili che un leader può porsi su qualsiasi tecnologia emergente non è:

Che cosa renderà possibile?

È la domanda che viene subito dopo.

Che cosa diventerà scarso quando tutti potranno farlo?

Perché la tecnologia non si limita a risolvere la scarsità.

A volte ci dice che cosa finiremo per esaurire.

Continua ad allargare la tua prospettiva.

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