Mi Assumi? Sai pure come surfo

Da piccolo appesi alla bacheca della classe una foto con mio nonno Giuseppe. La adoravo. Ero orgoglioso di lui e volevo che tutti la vedessero. Poi un giorno la trovai scarabocchiata. Mi sentii violato. Eppure ero stato io a esporla. Per anni non ho collegato quell’episodio al tema della privacy. Oggi sì. Perché il problema non era che qualcuno avesse…

Da piccolo appesi alla bacheca della classe una foto con mio nonno Giuseppe.

La adoravo.

Ero orgoglioso di lui e volevo che tutti la vedessero.

Poi un giorno la trovai scarabocchiata.

Mi sentii violato.

Eppure ero stato io a esporla.

Per anni non ho collegato quell’episodio al tema della privacy.

Oggi sì.

Perché il problema non era che qualcuno avesse visto quella foto.

Volevo che la vedesse.

Il problema era che qualcuno si era preso il diritto di farne qualcosa che io non avevo previsto.

Sui social accade qualcosa di simile.

Metto online il mio nome.

La mia azienda.

Il mio ruolo.

Le mie esperienze.

Lo faccio volontariamente.

Per essere trovato. Per creare relazioni. Per avere opportunità.

Poi scopro che quelle informazioni possono diventare materia prima per enormi sistemi commerciali.

E fin qui, forse, potevo anche aspettarmelo.

Ma poi arriva il passaggio successivo.

La piattaforma non conosce soltanto quello che dichiaro.

Conosce quello che faccio.

Quanto la uso.

Quanto cerco.

Quanti profili visito.

Quanto interagisco.

Quanto sono “efficace” secondo le metriche della piattaforma.

E oggi quelle informazioni possono perfino rientrare nei cruscotti acquistati dalle aziende per misurare l’utilizzo del social da parte dei propri dipendenti.

Nel caso di LinkedIn Sales Navigator, per esempio, gli amministratori aziendali possono accedere a metriche individuali e di team, report sull’utilizzo e al Social Selling Index. Alcuni report possono includere giorni di attività, numero di ricerche, numero di profili visualizzati e altre attività sulla piattaforma.

E qui, per me, succede qualcosa di ancora più interessante.

Il mio comportamento sul social diventa un KPI aziendale.

Non sto più soltanto usando una piattaforma.

La piattaforma sta misurando come la uso.

E qualcuno può pagare per ricevere quella misura.

Attenzione: questo può avere perfettamente senso.

Se un’azienda acquista Sales Navigator vuole sapere se lo strumento viene utilizzato, se produce risultati, se l’investimento ha senso.

Legittimo.

Ma guardiamolo dall’altra parte.

Io entro in un social professionale per costruire relazioni.

E mi ritrovo dentro un sistema nel quale il modo in cui costruisco quelle relazioni può diventare una variabile con cui vengo misurato.

È un salto enorme.

Prima ero un utente.

Poi sono diventato un dato.

Poi un comportamento.

Adesso posso diventare anche un KPI.

E no, non mi basta sentir dire:

“Ma hai accettato le condizioni.”

Certo.

Probabilmente ho cliccato “Accetto”.

Come tutti.

Ma una liberatoria di cinquanta pagine non risolve la questione più interessante:

avevo realmente capito il patto?

Quando entro in un social professionale penso:

io porto identità, contenuti, relazioni e attenzione;

la piattaforma mi offre visibilità e opportunità.

Ma il vero scambio potrebbe essere molto più ampio.

Io porto anche:

le mie ricerche,

le mie visite,

i miei comportamenti,

le mie connessioni,

la frequenza con cui uso il sistema.

E questi dati possono essere trasformati in analisi, score e indicatori.

Se mi dici:

“Il 60% dei manager utilizza la piattaforma in questo modo”,

stai facendo statistica.

Se invece dici:

“Giuseppe ha questo punteggio, ha effettuato questo numero di ricerche, ha visualizzato questo numero di profili ed è attivo per questo numero di giorni”,

la questione cambia.

Perché una cosa è studiare una popolazione.

Un’altra è misurare una persona.

Forse abbiamo quindi sbagliato domanda.

Non dovremmo più chiederci soltanto:

“I miei dati sono pubblici?”

Dovremmo chiederci:

“Che cosa può essere costruito su di me partendo da quei dati?”

E ancora:

“Chi potrà comprarlo?”

E infine:

“Potrà essere usato anche per valutarmi?”

Quella foto di mio nonno era sulla bacheca della classe.

Volevo che tutti la vedessero.

Non avevo però rinunciato a ogni aspettativa su ciò che gli altri avrebbero potuto farne.

Online succede qualcosa di molto simile.

Ho scelto di essere visibile.

Non sono sicuro di aver scelto di essere osservato.

E ancora meno sono sicuro di aver scelto di essere misurato.

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